Articolo ripreso dalla rivista online Villaggio Giovane -Luglio 2011 N°10
Il blues è un genere musicale che, partendo dalla sua origine nera e americana, ha oramai pervaso molta della musica europea, prima fra tutte la musica jazz, ma anche quella che ascoltiamo tutti i giorni, dal rock al pop. Quella blues sembra la più lontana dalla religiosità a cui siamo abituati, soprattutto per la profanità del suo significato e per la considerazione sociale negativa di cui sono stati oggetto, almeno in passato, coloro che l’hanno praticata, e perfino «demonizzati». Il blues, infatti, costituiva assieme agli spiritual , altro genere musicale legato alla cultura nero- americana, uno dei due poli di una vera e propria contrapposizione. Da una parte la musica dei predicatori itineranti, dei camp-meeting, delle Chiese, delle donne e di Dio; dall’altra quella del disagio sociale e del sesso, dei locali e del ballo, degli uomini e del diavolo. Il blues, almeno nel
suo significato originario, rimanda a un fenomeno di possessione. Deriverebbe, infatti, dall’espressione «to have the blue devils», cioè avere i «diavoli tristi», dove i diavoli tristi erano delle imprecisate entità che, il più delle volte capricciosamente, s’impossessavano del cantante blues. Le sue prime tracce risalgono alla fine dell’Ottocento proprio in coincidenza con la fine della schiavitù, che in America fu definitivamente proclamata nel 1865. Prima della fine della schiavitù il blues era del tutto sconosciuto e la sua nascita fu indissolubilmente legata a quella del suo «mitizzato»
esecutore: il bluesman. Il bluesman e il suo stile di vita, infatti, rappresentano davvero la nuova condizione sociale in cui vennero catapultati i neri dopo la fine della schiavitù: solitario per definizione, povero e spesso viaggiatore, amato dalle donne e tuttavia senza legami sociali o familiari, il bluesman è l’emblema dello scollamento definitivo della gente di colore e del suo salto in un mondo ostile, il cui tessuto sociale mal era disposto ad accoglierla. New Orleans e il suo essere multietnico furono i testimoni e  il simbolo di questo variegatissimo panorama umano. Il blues rappresentò davvero, quindi, il tentativo da parte dei neri di rivendicazione dei propri diritti. Il cantante blues interpreta e dà voce a un mondo nuovo che, con le immense difficoltà , era del tutto inaspettato e spesso ancor più drammatico rispetto alla
condizione di schiavo. Il valore politico del blues è oramai diffusamente riconosciuto anche se non sfociò mai nell’attivismo politico. Ma i valori politici attribuiti al blues non poterono che essere pensati come «demoniaci», non solo perché lo era, almeno secondo l’opinione comune, lo stile di vita del bluesman, ma soprattutto perché i valori proposti dal blues, ad esempio quelli legati alla libertà e alla sessualità , erano opposti ai valori religiosi ufficiali promossi dalle diverse Chiese protestanti. Il blues fu visto come l’altra faccia dell’America nera, quella che cercava d’affermare se stessa in
contrapposizione alla cristianizzazione. Il blues, però, non è nato in Africa. È nato in America come prodotto in cui hanno trovato spazio anche elementi musicali propri dei neri, per esprimere sofferenza e disagio. E proprio il suo successo e la sua rapidissima diffusione testimoniano la grande versatilità del blues e la sua capacità di parlare a tutti coloro che avevano provato un disagio paragonabile , anche se solo lontanamente. Per concludere penso che bisognerebbe tornare a una musica che si faccia carico di trasmettere il disagio, la sofferenza, e la difficoltà a vivere nei nostri tempi, smettendo di creare personaggi commerciali, il cui messaggio finisce per essere un’anestesia della capacità di pensare e criticare il sistema, o semplicemente una macchina da soldi o fama.
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